Oggi ho deciso di dare un taglio decisamente più pratico e diretto, sia nella forma che nella sostanza, a quanto mi accingo a dire circa la problematica espressa nel titolo.

Tale decisione è figli a del fatto che gli strumenti previsti dalla normativa in vigore, e che saranno rafforzati dall’emanando testo del “Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza” non stanno trovando l’applicazione auspicata dagli operatori del settore.

La crisi mordente e la recessione ad essa collegata fanno si che quotidianamente, piccoli e medi imprenditori od anche semplicemente famiglie, mi chiedano come affrontare il loro momento di crisi che sembra senza via d’uscita.

Il mancato attecchimento delle procedure di sovraindebitamento e di composizione della crisi rappresenta un fallimento del sistema legislativo che finalmente cercava di mettere riparo ad una problematica che era relegata all’anonimato. Difatti, seppur con le loro criticità, gli strumenti già ad oggi messi a disposizione dal legislatore per tentare di risolvere le problematiche della crisi economica (piano del consumatore, accordo o liquidazione del patrimonio) rappresentano una concreta e importante possibilità per tutti coloro che siano in seria difficoltà.

Fino ad oggi però, e qui sono critico, il debitore “medio” ha percepito questi strumenti come “ultima ratio” ovvero come l’estremo tentativo da porre in essere quando ormai non c’è più nulla da fare, quando l’encefalogramma comincia ad essere piatto nella speranza che, come nei film americani, due colpi di defibrillatore possano miracolosamente riportalo in vita.

Lasciate che lo dica a chiare lettere: NON E’ COSI’

Anzi, proprio questo atteggiamento diffuso ha ingenerato diffidenza e malcomprensioni all’interno dei Tribunali, nei quali i giudici, chiamati a valutare la procedura, devono costantemente monitorare e bilanciare gli interessi in gioco ed, ovviamente, accorgendosi che nella maggior parte dei casi trattasi solo di procedure che affaticano il recupero del credito, in molti hanno assunto un atteggiamento assai rigido e poco disposto ad aperture nell’omologazione dei piani o degli accordi con TUTTI anche con quelle situazioni che in realtà potrebbero essere veritiere fondate e ben presentate.

C’è da chiedersi allora a chi attribuire le maggiori responsabilità di tutto ciò ma non con l’intento di demolire e criticare, bensì in ottica costruttiva,  al fine di fare in modo che queste procedure possano davvero rappresentare un’occasione seria e concreta per risolvere i problemi che si prefiggono di risolvere. Per fare ciò NOI professionisti del settore che siamo in “trincea” dobbiamo in primis dare le corrette informazioni ai nostri assistiti circa l’opportunità e la fattibilità con attente analisi PREVENTIVE delle varie situazioni. I TRIBUNALI se il lavoro di analisi preventiva è stato fatto a dovere, si troveranno difronte a questioni oggettivamente fattibili e, dandone atto, potranno ritrarsi dalle posizioni di rigidità sino ad oggi palesate. IL DEBITORE deve capire che non sono ammesse scappatoie e vie traverse, il sistema ci ha dotato di una normativa ad hoc e, per continuare nella metafora medica, giungere a paziente ormai morto in ospedale serve solo a constatarne il decesso.